giovedì 26 aprile 2012

Il mozzo. Le rinuncie. Il sole che si trascinava al tramonto.

Gli disse ci vediamo al lago
poi aspettò che arrivasse osservando il piccolo mozzo arancione
che galleggiava imbarcando acqua
appoggiata alla staccionata.
Quando lo vide arrivare
si ricordò di aver smesso da tempo di pensare della sua faccia
si era dimenticata di quei connotati
che non sarebbero mai invecchiati con criterio
ci sono persone che sono vecchie foto
per cui il tempo non può che passare male
e lui era tra queste.
Faye Goddard osservava Marco venire
le mani in tasca
il sole che si trascinava al tramonto
i suoi capelli troppo corti.
"Ho pensato a te spesso" gli disse quando furono finalmente vicini
"io no" disse lui, nascondendo lo sguardo come spesso faceva
"ho smesso di pensare a te molto tempo fa."
Senza che nessuno lo sapesse Faye e Marco si erano protetti spesso
si erano tenuti in contatto per i molti anni di latitanza di lei
e molti dei messaggi, delle cartoline che lei mi mandava
segretamente mi venivano recapitate da lui.
"Mi piacerebbe che smettessi di mettere a repentaglio la tua vita
che ti trovassi un amore
un lavoro
e ti costruissi un futuro, ma so che non lo farai"
Faye si limitò a fissare il sole che si trascinava al tramonto
poi prese la pistola che aveva in tasca e la gettò nel lago
vicino al piccolo mozzo di colore arancione
che piano piano affondava
non molto distante.

Su Faye Goddard.


The Boat. Iori's Eyes. 

martedì 24 aprile 2012

Dire Faye e non capire troppo bene.

"Dovrai rassegnarti a pensare a lei come a una persona creativa,
con le sue indolenze, le sue carenze e le sue esplosività" disse Marco.
Come sempre accadeva i ritorni di Faye Goddard suscitavano dibattiti, non solo al telegiornale.
Ci sono volte in cui voler bene a una persona non ti permette di accettarla per quella che è.
Lo stesso sentimento che prova talvolta il padre per il figlio.
Non si riesce a capire quanto sia impossibile proteggere qualcuno dalle sue inclinazioni naturali, a prescindere da quanto queste siano votate al massacro.
Si avrebbe voglia di legare le persone a se, di tenerle a tiro.
"Cosa provi per Faye?" chiese poi, guardandomi non proprio dritto in faccia, ma di sfuggita, come quando si brinda e l'insicuro guarda la bevanda perché non finisca rovesciata addosso all'altra persona.
Dal canto mio non mi riuscì di rispondere.
Cosa avrei potuto dire?
L'avevo amata, negarlo sarebbe stato quantomeno stupido,
era una cosa nota agli amici,
ma adesso mi pareva che tutto fosse cambiato,
era finito il tempo dei viaggi folli a rincorrerla per il mondo,
adesso tutto si era fatto confuso e contrastante.
Eppure non c'era mai stato odio,
solo indifferenza in alcuni casi,
e forse sentivo per questo di non averla, sul serio, amata mai
mai che non fosse solo per me
per stare meglio io.

Su Faye Goddard.

 Wow. Verdena. Pezzi sparsi.

lunedì 23 aprile 2012

Ian Curtis.



Ti dovevi fumare sei pacchetti di Ducados e forse o non avresti più avuto voce o avresti avuto una voce come la sua. Aveva ventiquattro anni quando si disse non  ci vengo in America, mi vedo la Ballata di Strojsek, metto su un disco di Iggy Pop, prendo la corda del bucato e faccio un salto nel vuoto alto come può essere alto uno sgabello. Ventiquattro anni, era il mese di maggio, questo numero, ventiquattro, e mica è uno scherzo avere una voce da oltretomba come quella e dire “salve, mi chiamo Ian e ho ventiquattro anni.” Dirlo ed essere credibile. E poi c’era tutta quella storia dell’epilessia, e una moglie e una figlia, un’amante belga che ti rompe le palle, che vuole che lasci tutto e vai a vivere con lei, i tuoi genitori che ti asfissiano con un posto nelle risorse umane, un posto fisso e lascia perdere sta cazzata della musica che hai una figlia, una figlia che di solito tremi così tanto che nemmeno te la lasciano tenere in braccio, e tutto questo basta per mandare in pappa il cervello di chiunque, pensa quello di uno che praticamente è un adolescente. Ma molte di queste cose se le era cercate lui, non che Ian non fosse una persona tremenda, insicura e possessiva, cattiva molto spesso, maniacale nel voler stare sempre al centro dell’attenzione, svogliato, pigro e indolente, Deborah Curtis per tutto Così lontano così vicino, la sua personale versione della storia, non fa che ripetercelo. E io, non lo nascondo, sono più incline alle cadute che alle altezze, ma stavolta proprio non ci riesco, per affetto, per come ballava, sciamanicamente davvero esorcizzava il male in un ballo che era un manifesto, che era come dire si sono fatto così, io sono così, ho questo guaio nella testa, e tutta un’altra serie sparsa a vetri rotti sul pavimento di gelido linoleum della mia vita. Uno per cui la disperazione era il paesaggio mentale come per i poeti romantici lo erano le foreste e i grandi laghi. Ian Curtis scrisse “quando l’abitudine corrode a fondo e le ambizioni sono mediocri, e il risentimento impenna, mentre le emozioni non crescono, e noi cambiamo rotta, imboccando direzioni differenti. Allora l’amore, l’amore, ci farà a pezzi, ancora.” Odialo tu, adesso, un ragazzo che scrive così, in una canzone pop, se ci riesci.

Faye Goddard.

Love will tear us apart. Joy Division.
 

domenica 22 aprile 2012

Prendiamo gli strumenti. Adesso facciamo sul serio!

La pioggia si affacciava comprandosi il mio aprile
come un dittatore stufo di tutto
come un bimbo viziato
per due ore avevo urlato ieri
e per una avrei dovuto urlare oggi
tenere ferma la chitarra troppo grande
che mi premeva il petto
per proteggermi da tutti gli sguardi
come una trincea
osservare la scaletta
i dodici pezzi come come i dodici passi
avere voglia che venga la sera
voglia di mangiare con voi e ridere
di quell'eccitazione che precede ogni esibizione
le cose sceme che vogliamo dire
le cose stupide che vogliamo fare
una volta saliti sul piccolo palco
e sentirsi pronti ma mai del tutto
 e pensi alle cose che avresti potuto fare
che avresti potuto provare
ma ormai è tardi
devi salire
e sorridi affidandoti completamente
non sbaglieranno niente
io non sbaglierò
ricorderò le parole e tutti i passaggi
sarà come stare sott'acqua
per tutto il tempo che per te
saranno solo pochi minuti.

Faye Goddard.

La decisione. Tre alegri ragazzi morti.

sabato 21 aprile 2012

1978. Vince l'Argentina.

Le esplosioni nella testa
insopportabili come i jingle della cocacola
le cose da fare
le strade da trovare
le partite che avremmo voluto vedere
e quello che presto avremmo dovuto fare
il sole appena tornato con gli occhi ancora pieni di sonno
i compagni che sembravano finiti
e tutte le volte che ci siamo rimessi in piedi
e quanto costa il silenzio di Bertoni
l'esercito negli spogliatoi
il capitano in divisa e col cappello che disse all'altro capitano
quello con la divisa ma senza cappello
che si potrebbe anche perdere
ma poi non avrebbero garantito il ritorno
e li avrebbero davvero lasciati in balìa della folla
eravamo zero a zero
poi risalimmo le scale per la ripresa
e tutto ci sembrò un po' strano
sicuramente diverso.

Faye Goddard.

Il mio mal di testa. 





lunedì 16 aprile 2012

La Migliore Faye Goddard di tutta una vita.

Nella vita mi ritrovai spesso ad apprezzare la compagnia dei folli.
Non certo di quelli proprio pazzi da internare
ma penso a quelli che se da un lato conservarono quel minimo di lucidità
da essere considerati abili alla leva
dall'altro si rifiutarono con tutte le forze di farsi arruolare
in qualsiasi schiera o esercito o partito o movimento li si volesse accostare
mi sono sempre piaciuti i cani sciolti
i nottambuli, i compagnoni, quelli dell'ultima ora, gl'impuniti
gl'impenitenti, i reticenti, i renitenti, e tutti quelli che in qualche modo
trovarono sempre un modo per sfuggire all'ovvio
anche nelle pratiche quotidiane più stupide
quelli che le provarono tutte per non dover lavorare
e anche quando si rassegnarono a doverlo fare
lo fecero sempre col cuore da un altra parte, per poter progettare cose più importanti.
Non ho mai amato l'uomo attaccato ai soldi e nemmemo i malati d'avvenire
io mi sono tenuto alla larga da ogni forma di futuro per il solo gusto
di addormentarmi la sera e sentire il domani
scalciare nel ventre
e come una bestia sconosciuta sapere di doverla affronare
senza sapere bene cosa fare.

Faye Goddard.

Gli sbadigli di Fagotto. La pioggia che batte come una puttana.   

Il calcio al tempo dei Sentimenti.


L’arbitrò indicò il dischetto con piglio accusatorio. Al centravanti, a terra dopo il vistosissimo fallo, si riempirono gli occhi di terrore. Non si sarebbe preso la responsabilità di tirare quel rigore che poteva valere una stagione. Non con quel portiere che già gli aveva già parato di tutto in quella partita e che era indiscutibilmente il più grande pararigori che il calcio avesse mai conosciuto fino a quel momento. 9 consecutivi solo in quella stagione ed ai più grandi attaccanti del campionato italiano, nemmeno se avesse stretto un patto col diavolo. Si contorceva in terra, tenendosi la caviglia, anche se la botta l’aveva ricevuta allo stinco. Quando il suo capitano gli si avvicinò per chiedergli se se la sentisse di tirare, senza dire una parola, scosse il capo e chiuse gli occhi per dare prova di quel dolore insostenibile che gli impediva anche di rialzarsi. Il capitano si rivolse con lo sguardo agli altri giocatori, tutti facevano finta di non capire, tutti sapevano bene che non sarebbero mai riusciti a segnare a quella specie di stregone. Rivolse poi il suo sguardo al suo allenatore, aprendo le braccia in segno di rassegnazione. L’allenatore prima inveì a voce alta verso i suoi giocatori accusandoli di non avere le palle necessarie per giocare a calcio, poi fece un fischio in direzione del suo portiere, lo chiamò per nome: “Lucidioooo”. Poi gli disegnò con la mano il percorso che separava le due aree di rigore. Lucido, si indicò il petto come per dire: “Io? Proprio io?”, poi allargò le braccia e, a testa bassa, cominciò a correre verso la parte opposta del campo. Era suo fratello maggiore Arnaldo quello che l’aspettava, quello che faceva il suo stesso mestiere e che era considerato il più forte di tutti. Quando arrivò a raccogliere la palla, Arnaldo lo guardò negli occhi e accennando un mezzo beffardo sorriso, gli disse: “Ma che sei venuto a fare? Tanto te lo paro!”. Lucidio fece il duro e serissimo gli rispose: “Non metterci le mani che tiro forte. Te le spezzo!”. Arnaldo quel pallone lo raccolse dal sacco e Lucidio se ne tornò in porta, con la stessa testa bassa con cui era venuto.

 Dwarves in China.

La leva calcistica del 68. Francesco De Gregori.