sabato 5 maggio 2012

Faye Goddard è come i rondomi. ma questo lo sapevamo già.

"Sei stata via molto a lungo Faye Goddard" disse l'uomo enorme, che le stava accanto, l'uomo la cui voce era un suono basso, impastato di sigarette.
"Mi chiedo perché sei tornata"
"succede che a volte si senta il bisogno di tornare" rispose lei
"senza un vero motivo
"solo per sapere dove sono andati tutti."
Erano fermi, osservavano il cielo. Si erano dati appuntamento sul tetto di un palazzo, lui con gli occhiali da sole e l'impermeabile, anche se era sera e non faceva così freddo.
"Adesso mi sembra che sia cambiato tutto" disse Faye
"il peggio non è cambiato" le fece notare l'uomo.
Che Faye fosse come i rondoni era cosa nota e che come i rondoni
finisse sempre col migrare con il caldo e la primavera
anche questa era una cosa sicura.
Il flusso adesso l'aveva riportata a casa
per quello che significa
per una persona che forse veramente a casa
non si era sentita mai in nessun posto
eppure era successo
era salita su un'imbarcazione somala e adesso era qui
di nuovo tra noi.
A volte le storie si rincorrono e si separano
seguendo arterie distanti
la luna era pesante e si sentiva come la necessità di stare da soli
Faye Goddard strinse forte l'uomo enorme a se
come per congedarsi da una vita passata
pur sapendo che il passato non muore mai davvero.


Su Faye Goddard.

Il rumore della spazzola. Annabell sussurra una canzone che non conosco. 

Il resto è rumore

.

E potevi essere abbastanza fortunato da sentirlo suonare una di quelle notti. Lo vedevi rincorrere uno sgabello, scalarlo a fatica, riprendersi con un altro rum e prendere la chitarra. E poi quella musica… quella che Bill suonava, nuova ogni volta, sconosciuta, ma che a tutti sembrava appartenere, si intrometteva tra bicchieri e voci e tormenti di un mondo in caos. Quelle note sapevano di antico, di un mondo perduto e di rimpianto. Quelle note erano rimpianto! E tutti rimanevano in silenzio a rendersi conto di aspettarle da sempre, quanto la verità. Le dita giovani più di lui arrivavano senza fatica ovunque le note sembravano già aspettarle. Così proseguiva fino all’ultima di quelle note passate come un respiro o un battito di cuore. Era naturale quella musica e vera, era ordine e lui sembrava afferrarsi ad esso e noi con lui. L’afferrava le note, per salvarsi, quello era il suo modo di suonare e lui era il migliore perché nessuno al mondo sembrava precipitare più di lui e noi restavamo in silenzio perché era l’unica cosa che avevamo da offrire, il silenzio.  Alla fine non te la sentivi nemmeno di applaudire, meglio lasciarla svanire quella musica, meglio dimenticarla che rimpiangerla. Meglio che qualcuno ritornasse a parlare allora, e qualcun altro ad ascoltare, meglio la vita, che sarebbe comunque arrivata a chiamarci tutti, prima o poi. Meglio la vita, perché non potrà mai assomigliargli il mondo a quella musica. Meglio Bill, che la sua musica.
-a cosa pensi mentre suoni?
-a muovere le dita nel modo giusto.
Nient’altro mi rispose. Lui…Bill... Ma non ci fu tempo di rimanere delusi, un altro giro! Un saluto, un fondo, lei che ti guarda, qualcuno che balla, un ragazzo a terra, qualcuno ti scansa, prima lo scontrino! Un abbraccio, una scollatura, piacere, lei ti guarda ancora, la birra ti congela la mano, per me era fuorigioco, ciao come stai? Domani parto, ma che fine hai fatto? E quando Homer, Luca! Parigi, domani, l’aereonautica, auguri, salute! No faccio io, lei…
- Hey Bill, raccontaci del Sudamerica.     


Tanerc

John Cage, 4’33’’.

venerdì 4 maggio 2012

Partigiano portami via.

Cercavamo nella stanchezza la traccia
che questa stagione della nostra vita
non stava andando sprecata.
Bisognava continuare
andare avanti
anche se a volte
si faceva strada tra i denti stretti
la paura che fosse tutto inutile e che mai
saremmo riusciti a sconfiggerli.
Alzavamo gli occhi al cielo
in cerca dei piloti di idrovolanti
di cui si narrava
nella seconda guerra mondiale.
Poi il racconto fu interrotto dal rumore delle camionette
e in tutta fretta mi nascosero in una botola in cucina.
Li sentivo urlare il mio nome
tutti restarono in silenzio
come se non avessero mai visto la mia faccia
o mangiato dal mio piatto
si lasciarono arrestare
per non tradire.
I cani non riuscirono a sentire il profumo dei miei capelli
quel profumo che a te non dispiaceva
quel profumo che un giorno dicevi
lo ritroveremo in campi senza mine
in un mare senza siluri
un cielo da cui pioverà pioggia
soltanto pioggia.

Faye Goddard.

La tempesta è in arrivo. Afterhours.
 



martedì 1 maggio 2012

Questione di geni.



Bill era cresciuto senza un padre, anche se un padre ce l’aveva in fondo ed era la cosa peggiore. Lo diceva sempre Bill, ma dovevi essere bravo tu ad ascoltarlo e non erano parole quello che dovevi cercare. A volte parlava così Bill e solo in pochi lo seguivano ed erano sempre  i discorsi migliori, quelli non detti, nelle pause tra le parole. Quelli che sembrava fare soltanto a te e forse era questo a renderli speciali. Era la cosa peggiore perché ti toglie il diritto di immaginarlo migliore, tuo padre, diceva Bill. Cose del genere le potevi ascoltare se solo eri pronto a trovarle. Lui lo vedeva ogni giorno suo padre confondersi sempre più con il niente, anche se ci aveva provato, da bambino, a conservarlo, a mantenerlo in vita. Quando si tormentava a cercare quanto di lui fosse in suo padre, a cercare qualcosa che li legasse oltre il coito che l’aveva concepito, oltre a sua madre. Ma erano diversi, tanto da ignorarsi a vicenda. No, se non ci fosse stato quel sangue, non si sarebbero neanche mai conosciuti lui e suo padre. Avrebbero vissuto entrambi la loro vita, senza che mai le due si fossero incontrate, che poi è la cosa più facile  in questo mondo, non incontrarsi. Eppure loro non potevano, in quel poco di spazio, tra mura tirate su a forza di DNA ;  si incontravano invece, ogni mattina, ogni giorno a dividersi l’ossigeno in quei pochi metri quadri di routine. Ti manca l’aria perché il tuo tormento respira sempre più di te, diceva Bill. Hai bisogno di spazio e magari lo trovi tra le corde di una chitarra e magari poi esci fuori in cortile a sentire come suona tra le foglie, tra la gente e magari scopri che è sopra un treno che suona meglio...quel treno. Non lo rivedi più tuo padre, ma ci sono gli specchi a ricordartelo…
A volte diceva cose così Bill, ma tu sembravi l’unico ad ascoltargli quelle storie… che non raccontava.

Tanerc

Agustin Barrios Mangorè, La catedral.

Henry Miller.

Ogni passo in avanti, diceva Henry,
anche il più piccolo
è l'ultimo
e con esso un mondo muore.
Io non avevo passati da volermi tenere molto stretto
e futuri che avrei voluto raggiungere al più presto
così mi limitavo a considerare tutti i motivi che mi riusciva di fischiare
nella mia vita di adesso
in quello che c'era da fare e anche da non fare
restare fermo a considerare le possibilità della mia strada
ma lui mi strattonava i pensieri quando diceva
fino a quando nasceremo con mani e piedi
ci sciacqueremo la coscienza
e non avremo mai troppa paura
ma questo è un errore.
Aveva la fissa per i sermoni Henry, voleva insegnare
e per un periodo lo aveva anche fatto
prima che lo cacciassero via perché scoprirono che scriveva roba indecente.
Alcune persone nascono proprio così, sono fatti in questo modo
e non ci si può fare niente.
Non era male per il resto
e scriveva anche molto bene
aveva il suo mondo di miseria che odiava
ma che non riusciva mai ad abbandonare sul serio
anche dopo quando in un modo o in un altro gli riuscì di fare i soldi
per certi versi rimase sempre l'accattone di un tempo.
Henry era una di quelle brutte piante che si fanno strada nel cemento
che crepano la strada
e non c'è verso di estirparle.
In sostanza mi piaceva e facevamo lunghe passeggiate
mi parlava della Francia
solo questa cosa del voler svelare gli altari
questa sua prosopopea
beh questa non gliela si poteva proprio perdonare.


Faye Goddard.


Fiery Crash. Andrew Bird.

lunedì 30 aprile 2012

Il palleggio da fondo campo.





Matteo infilò la chiave nella serratura di casa, entrò nel piccolo monolocale in cui si era trasferito da qualche mese e lasciò cadere pesantemente la borsa a tracolla sul pavimento. Aveva concluso il suo turno di lavoro, come sempre, alle 8 del mattino. Era nella sorveglianza di un centro commerciale. Un lavoro senza particolari pretese, l’unico che aveva trovato dopo diversi mesi di disoccupazione. La cosa più difficile da fare era rimanere svegli, ogni notte prosciugava il distributore di caffè che gli era stato messo a disposizione nel gabbiotto. Si tolse rapidamente la divisa, fece una lunga pipì e si fiondò a letto. Prima di farsi rapire definitivamente dalla stanchezza pregò che anche quella mattina non cominciassero a giocare alle nove in punto.
Quando aveva preso casa aveva fatto un errore fondamentale. La casa era carina si, da poco ristrutturata, aveva un buon prezzo e si trovava in una bella zona della città, ben collegata, con del verde attorno e diversi negozi nelle vicinanze. Tanto che quando andò a vederla, raccontò subito agli amici di aver trovato finalmente una sistemazione degna, una vera occasione. Aveva tralasciato un unico particolare. La finestra della stanza da letto, difatti l’unica apertura di casa, dava, al primo piano, su un campo da tennis. Un club esclusivo, frequentato da gente che sapeva giocare, non dai classici attempati tennisti della domenica.
Le sue speranze furono però vane. Si era infilato sotto le coperte da pochi minuti e sentì cominciare quell’odioso palleggio da fondo campo. Col tempo aveva imparato a distinguere anche il numero dei giocatori dal solo rumore che faceva la pallina quando veniva colpita, se stessero giocando un doppio o un singolare. Anzi era in grado di immaginare le fasi di gioco, riconosceva chiaramente le battute, dalle volée, dai passanti di rovescio. I giocatori di volo, quelli che spesso si spingono sotto rete, ed i doppisti gli davano un po’ di tregua, il gioco era più spezzettato, gli scambi corti e i momenti morti erano molto di più.
Purtroppo quella mattina sul campo c’erano due palleggiatori incalliti, di quelli che non rischiano un colpo e che portano all’infinito gli scambi. Impossibile dormire con quel continuo tram-tram della pallina che gli rimbombava nella testa, da un lobo frontale all’altro come nel Pong, il vecchio gioco dell’Atari. Continuava a rigirarsi nel letto, aveva un disperato bisogno di dormire. A causa di quel maledetto sport non riusciva più a riposare, andava al lavoro sempre più stanco e la notte era sempre più difficile tenere gli occhi aperti. Un circolo vizioso da cui non sapeva più uscire. Mise la testa sotto al cuscino nel vano tentativo di attutire il rumore ma ormai non c’era verso di dormire. Sentiva le orbite intorno agli occhi incavarsi. Per quanto tempo avrebbe potuto reggere quella situazione, si chiedeva.
Ad un tratto gli montò in petto una rabbia che non gli apparteneva. Si alzò infuriato facendo volare il piumone dal letto, ma non andò a sbraitare alla finestra contro i due arrotini, ma nel piccolo ripostiglio in cui teneva conservato il suo vecchio arco di quando era nel giro della nazionale ed aveva rischiato più volte di diventare campione italiano di tiro. Strappò la lunga faretra dalla sua custodia, passò le dita lungo la corda per saggiarne la tensione. Era ancora scintillante e non chiedeva altro che scoccare una freccia. Matteo si avviò alla finestra, la spalancò con violenza ed in una frazione di secondo caricò il tiro, prese la mira ed infilzò uno dei due tennisti al collo proprio mentre questi stava per infilare un dritto incrociato con la sua racchetta. Un lungo getto di sangue partì nel punto in cui era stato colpito, la freccia aveva sicuramente reciso la giugulare. Il malcapitato stramazzò al suolo senza essersi nemmeno reso conto di ciò che era successo. Il suo compagno di gioco, sbigottito da quella scena da film dell’orrore di serie b, cominciò a scappare per avere salva la vita. Impalcabile l’arciere caricò rapidamente un’altra freccia e la scoccò. Un sibilo silente accompagnò la traiettoria del dardo che attraversò l’intero campo di gioco e raggiunse alla schiena il povero tennista che strisciò rovinosamente sulla terra rossa. Matteo, senza batter ciglia, fiero del fatto che la sua mira fosse rimasta quella di un tempo, chiuse la finestra e se ne tornò a dormire.

Darwes in China.

The Match - Boom-Boom Boris (The All Wimbledon Boy)

domenica 29 aprile 2012

Tu e Bill.

Lui era te come non avresti mai saputo essere, non avresti mai trovato il coraggio di poter essere, era una parte di te, quella più forte perché soppressa, una fiera in gabbia che addenta sbarre ogni giorno più dure,  quanto più intensa è questa terrificante, pacata rassegnazione. Provavi a leggere la sua vita come un mosaico troppo da vicino e quello che distinguevi erano solo le singole, infinite, meravigliose tessere, i suoi racconti. La sua vita ti sembrava allora una somma di vite, ognuna di esse breve quanto un respiro, fino a quello che sarebbe stato, alla fine di tutto, l’ultimo. Nel freddo della sua ombra avresti condannato l’arroganza con la quale credevi di poter ridurre la vita ad una ed una sola via, mentre ognuno dei tuoi attimi ed atomi, vissuti e pesanti, ti sarebbe sembrato inutile, quanto il calore alla neve.  Poi ti saresti accasciato tra i resti delle tue certezze, cercando di comporre un’unica, ultima speranza, una rivoluzione! Ma il fuoco dell’ispirazione  è fuoco di paglia ed i tuoi passi già lasciavano orme su una sottile coltre di cenere. Presto questa avrebbe ricoperto ogni cosa e tu dimenticato come distinguere i colori dai grigi. Un copione già scritto. La differenza tra te e lui: per te quella notti in cui vi incontravate sarebbero finite al mattino, per lui… lui non riuscivi ad immaginarlo al di la di quelle notti. 

Tanerc

J.S. Bach, english suite n.1, sarabande.