sabato 19 maggio 2012

Homo Zimmerman.



I Zimmerman sono i miei vicini. Quando sono arrivato loro erano già qui. Ci siamo conosciuti una volta che un forte odore di plastica bruciata mi invase la cucina.
A pensarci adesso, mi sembra di capire che ai Zimmerman fuoco ed esplosioni siano sempre piaciuti un sacco.
Quel giorno uscendo in giardino ho visto Duff Zimmerman cuocere hamburger al monossido di carbonio per tutta la famiglia. Duff è il capo. Un ex ufficiale dell’esercito ora in pensione. Quello che ama Duff è andarsene in giro con orride camicie hawaiane e calzoncini corti così da sembrare sempre appena tornato dalla Florida, anche se non credo ci sia mai stato in vita sua. E’ probabile che troppi anni passati in divisa abbiano lasciato un segno nel suo guardaroba. Mrs Zimmerman è il prototipo della mogliettina sorridente al calmante, una modellina di terza età che ingurgita emozioni e colleziona nevrosi. Una moglie suppellettile il cui hobbies è andare dal parrucchiere, che non decide mai, e che sorriderebbe spenta anche se il marito decidesse un giorno di darla in pasto ai leoni. Il campionario umano Zimmerman si completa con i due figli Roy e George. Roy è un perfetto prodotto della contemporaneità. Un adolescente globale, con Ipod sempre inserito e il  look da finto rapper marcato fino alle mutande. Roy sa perfettamente cosa vuole dalla vita. Studia economia e un giorno lavorerà come agente di borsa, sbracciandosi come un orango giocando con i soldi di qualcun altro. Odierà i suoi genitori perché non avranno mai gli elettrodomestici giusti, i vestiti giusti e tra le mani il cocktail del giusto colore. Nessuno a questo mondo è più triste di uno yuppie. George è molto diverso. Ogni famiglia ha la sua pecora nera, e George Zimmerman è la pecora nera di casa Zimmerman. Quello che quando suo padre, un guerrafondaio dichiarato, lo vede distribuire volantini pacifisti agli angoli delle strade, si chiede se non sia davvero tutta colpa di sua moglie.
George veste solo di nero, con vestiti di seconda mano e quando parla sfodera tutto il suo bagaglio by Douglas Coupland mandato a memoria come un salmo islamico.
Una volta George mi ha detto “sai Henry, quello che odio del tempo che viviamo è la paralisi delle opzioni, crea una sorta di Dorian Greysmo.”

Tratto da "Homo Zimmerman ovvero come t'insegno a ricattare il governo" Romanzo. 
Pier Angelo Consoli. 

venerdì 18 maggio 2012

Una lambada con Carl Solomon il poeta.


Veronica è l’unica donna presente alla seduta di essere scrittori oggi.
Ci sono sedici persone in cerchio che si scambiano opinioni sul tema che ogni martedì è  scritto sulla lavagna.
Questo martedì col gesso bianco qualcuno ha scritto: Il romanzo modernista da Madox Ford a Virginia Woolf.
Mi sono perso nel deposito di una piccola libreria mentre un uomo corpulento e sudato mette in relazione The Golden Spur di Dawn Powell e Gita al faro.
Quello che ricordo è che The Golden Spur è tutto tranne che un romanzo modernista, ma non lo dico.
Io odio le riunioni, i club, le associazioni e tutto quello che ti concede un che di esclusivo e falso da condividere tra sconosciuti, odio i rifugi dalla vita vera, ma non dico nemmeno questo.
Mi sento come uno di quei tipi tremendi che per socializzare si iscrivono a corsi per imparare balli di gruppo.
Nella mia mente tutti seduti questi uomini e questa donna di mezza età ballano la salsa con Virginia Woolf, un merengue con James Joyce o una lambada con Carl Solomon il poeta.
Tutto mi sembra patetico e nessuno è attraente.

Tratto da "Cartoline dal XXI secolo" romanzo. Pier Angelo Consoli.

giovedì 17 maggio 2012

Dal divano. I fari dell’auto. Il motore che si spegne.



Cosa ti direbbe Bill? Ora… che hai iniziato a scioglierti  con il tempo. Che la danza si è fatta una banda distante, troppo, da non arrivarti alle vene. Che hai perso il ritmo delle emozioni, le vere, quelle che ti ascoltavi nel petto. Quando sanguinavi. Quando lo cercavi Bill. Ora che un anno è solo spazio in meno sulla dannata  torta. Che ogni giorno sta tra le palpebre che si aprono e richiudono. Che tu sei solo quello che ricordi essere. Che hai perso anche lei, uccisi entrambi, da sguardi distratti, carezze annoiate, sorrisi educati. E’ lontana adesso, da te, quanto lo sono i profumi. I profumi…quelli non riesci proprio più a sentirli, ne ricordarli. E come potresti? Ora che ti fanno paura i vicoli dove imparasti quello della vita, di profumo. Ed era forte, questo si lo ricordi, da infrangere le finestre ed invadere la stanza, tra lenzuola violate e le sue gambe. Cosa ti direbbe Bill, ora che a farti paura non è più la morte ma la vita. Ora che hai le mani piccole e le dita stupide.  Dove sei stato. Ti chiederebbe.  E poi ti offrirebbe da bere mentre ricalcandoti le rughe ti avrebbe raccontato di quella volta che era morto.
-oh ciao tesoro.
-i bambini?
-dormono. Ha chiamato tua madre.  

Tanerc


Julio Numhauser - Mercedes Sosa, Todo Cambia. 





mercoledì 16 maggio 2012

Faye Goddard è una canzone che non ti abbandona.

Non ti piacciono le tamburelle
la musica popolare e gli artisti di strada, le dissi
come fai a saperlo, disse lei
sono cose che odio io, e con questo non voglio certo dire che
ti conosco, che ti capisco, ma insomma
ci sono volte in cui riesco ancora a sentirti vicina.
Faye Goddard mi sorrise e io rimasi inerme come sempre
disarmati si resta di fronte alla bellezza.
Ci sono persone che sono come paesaggi in movimento
potresti osservarle per giorni e ci sarà sempre un motivo
per non staccarti mai.
Faye Goddard per me era come una canzone che non ti abbandona.
Se lei era nei paraggi la mia vita si fermava
nel vano tentativo di farne parte
era un letto di neve
e avere voglia di prendere freddo.
C'erano volte, volte come questa, in cui mi guardava
e non mi osservava mai veramente
i pensieri altrove, e io che mi mangiavo le mani
innamorandomi dell'idea
che avremmo potuto avere una qualche possibilità
se la vita non fosse sempre troppo presto o troppo tardi
se come una fiera non comparisse tutte le volte
per poi andare via lontano
come gli zingari di Macondo
con le loro novità, le invenzioni assurde
fino alla prossima volta in cui si sarebbe sentita ancora
mancare l'aria, per poi rituffarsi nel suo passato.

Per Faye Goddard.

Riot Van. Arctic Monkeys.

domenica 13 maggio 2012

La verità senza prospettiva.


I miei ricordi come i soffioni si disperdevano nei prati a piccoli gesti stanchi
per te che le parole erano più pesanti dei fatti
la stessa città non ci avvicinava mai
e il giorno che venisti a vedere casa mia 
e mi pareva che non volessi andare via
e forse ero solo io
che raccontavo la verità senza prospettiva
e poi desiderare che tutto sia finito e non provare più amore
allontanarti
e le donne di cui capivo i sentimenti spingendo gli accoppiamenti come una sonda  
e la prima che mi dice ti amo
 è la prima che mi ha perso, ti dissi, perché sono stanco
senza provare niente facciamo tanto ventunesimo secolo,  ti pare?
io che voglio amare niente
che sono un soffione
che sono aria viziata
che sono niente e non voglio più niente
le passeggiate esoteriche tra i fantasmi del passato
le donne passate e quelle presenti che ricordo appena
e io non sono solo
sono oltre la solitudine come un asceta che non ha scelta
voler bene a qualcuno e aver voglia che qualcuno te ne voglia
mentre precipitano i satelliti
ti darò un passaggio per tornare e per non prendere freddo
le file in ambulatorio
i test per non annegare
stringerti perché non avessi paura del futuro
e poi la gioia, i preservativi, i  negativi e le paranoie che non ti facevano venire
le tue perplessità
la vita ciclica
il tuo compleanno
giocare a fare le domande e dirci tutto quello che non c’eravamo mai detti
i tuoi difetti
i miei
l’appartamento al buio mentre imparavi a suonare la chitarra al lume di candela
i libri che non hai mai letto
quelli che ti ho lasciato
le storie che ti raccontavo
che ancora albeggiano sui miei fogli bianchi
e tutti gli orologi fermi come quelli alle stazioni 
che si ricordano delle deflagrazioni
il giorno che dicesti
mi sto abituando che non ci sei
i giorni di piombo
il mese di luglio
i miei che si lasciarono, mia nonna che muore
e tu che già sbiadivi
che ti smarcavi
che ti ritrovavi uguale e più sola tra le braccia di un altro uomo
mentre le mani ancora lampeggiavano e si avvertivano del blocco
la gelosia
tu dici malriposta
io dico lo sapevo
il mio lato molto femminile
cercare punti di forza nella fragilità e trovare l’indifferenza
e i desideri che mi affannavo ad esaudire
postando le canzoni su muri digitali
per mentirti non ti penso
le poesie delle cinque del mattino
sotto i cuscini e sul tavolo della cucina
il caffè che non saliva
la sigaretta che si consumava
i dilemmi sul lavoro
e io ero l’edera e tu la margherita
tu che sei da cogliere e io da sradicare.


Faye Goddard.

Tu e me. Verdena. 

Impreparati.



E a volte invece spariva, ma prima aveva cura di farti una domanda che lasciava li con te.  Una di quelle domande, semplici abbastanza da non avere risposta. Ma tu eri sicuro che lui ce l’aveva una risposta e dovevi scoprirla anche tu, perché allora tutto ti sarebbe stato chiaro, come a lui! A volte credevi persino di averla trovata e allora gliela servivi la notte o una vita dopo. Ma solo un sorriso, il suo, questo avresti trovato. Ti guardava , come se nemmeno fosse stato lui a fartela la domanda. Avevi sbagliato! E mai una volta che qualcuno avesse pensato il contrario. Mai una volta che qualcuno avesse pensato che forse neanche Bill ce l’aveva una risposta. No, lui ce l’aveva, perché era Bill e non eri tu. Poi ti capitava di risentirle quelle domande, tempo dopo, quando era la vita a fartele ed erano tante da confondersi tra loro, da sembrarne una sola.  Quel giorno il prete ci chiese chi era Bill per noi. Se eravamo stanchi di cercarla, gli rispondemmo, Bill era la risposta, lui, che le domande ce le aveva fatte prima della vita. Questo gli rispondemmo. Ma non capì.

Tanerc

C. Debussy, Feux d’artifice.

mercoledì 9 maggio 2012

L'anno buono.

Racconta una storia, ti ho detto
tu scuotevi la testa, madonna quante storie per una storia sola
neanche avessi chiesto di tutti i satelliti del sistema solare
una luna sola
scegline una e condiscila come si fa con le fragole
eh si che sono io quello che si è preso la briga
ti tenere insieme tutte le linee
stretti nalla mano destra come mazzi di carte basse
vinceremo questa partita con la vita
che questo è un anno buono
come dissi quella sera che ero di buon umore
come vado dicendo da un po'
che abbiamo bisogno una vittoria anche piccola
che uno di noi ce la faccia davvero
e ci mostri la via.

Faye Goddard.

Andate tutti a fanculo. The Zen Circus.